Inaugura il 22 ottobre a Roma, con il nuovo lavoro fotografico del suo ideatore e fondatore, l’artista Simone Giovagnorio, l’ambiente “Capsvla”.
Pensato come luogo di incontro e confronto tra i linguaggi, i programmi e le risorse recenti delle espressioni creative contemporanee, “Capsvla” intende proporre nel corso della sua attività un possibile tracciato multimediale della comunicazione spazio-visiva dei nostri giorni (con mostre, performance, video e fotoinstallazioni, interventi site-specific, readings “animati”, proiezioni).
Avvalendosi del supporto critico di Stefano Elena, oltre che della collaborazione di curatori nazionali ed internazionali invitati in occasione di rappresentazioni di loro specifica competenza interpretativa, la zona viva, dinamica ed aperta chiamata “Capsvla” (tanto per le sue dimensioni intime quanto per l’impostazione estetica che trova nelle pareti argentee interne un suggestivo perimetro extraurbano stanco di cubi e scatole bianche) costituirà un punto di riferimento in continua evoluzione per le entità artistiche sempre meno circoscritte degli agitati tempi in corso.
dal 22 ottobre al 30 novembre 2005:
“MIND TRAP”
di Simone Giovagnorio
testi di Stefano Elena, Pericle Guaglianone
Inaugurazione:
sabato 22 ottobre h. 18.30
CAPSVLA artecontemporanea
Via Ascanio Rivaldi 9
00151 Roma
335.6577850
eurpost@hotmail.com
www.capsvla.com
TESTI
MIND TRIP.
Impulsi, ricordi e suoni per un’opera in tre atti.
di Stefano Elena
Re_Action 01: impulsive.
Trappola mentale, montata, immediata.
Labirinto in tre pose e tempi.
Mind Trap inversa perché tutto torna incapace di arrivare.
Il contrario del probabile e del “dunque”.
Quanto si oppone al solido inconsistente limite di un risultato in voga.
Disatteso ovvio.
Capsula nella Capsvla, matrjoska ciclica, soffocante, chiusa.
Sepoltura abitabile (Corman la filmava diversa).
Perpetuo saliscendi di cavie destinate e stanche (l’aria puzza di un chiuso che soffoca e che riflette una brillante inattività trapuntata).
Il percorso ha inizio-un nuovo inizio-ricomincia-parte-percorre per poco-cala di spalle-ruota su se stesso-ruota se stesso-ancora-si muove-rallenta-agita-colpisce-sbatte-rimbalza-piange-perde sangue-stop-ricomincia.
Ovunque, intorno, nessuna uscita mentre il respiro accelera e il battito spacca il cuore.
Il neon che suona il suo rumore gracchia ancora insolente dopo avermi portato giù, portato giù, dove il quasi autentico splendente sole che credevo, la luce illuminata che ha ucciso l’Icaro involato e fa sentire vivi non compare.
Solo, io solo qui, sino a un sempre che non passa pur continuando a consumare di lettura l’etichetta-epitaffio con il nome di chi ha pensato, costruito e collocato, qui, la scala dai pioli-gabbia color buio.
Pur stimolato e illuso dall’infondata solidarietà -mai espressa- del pendente antincendio che non intende bagnarmi, visto che il caldo presente si limita a X gradi neon.
Pur irrecuperabilmente divertito (non più distratto) dalla sagoma umana che sporca d’ombra e aloni, a volte, se mi muovo svelto, le pareti tutte uguali, ancora uguali, sempre uguali che foderano l’oblio terminale nato in fabbrica nel quale finirò la vita.
Re_Action 02: theoretical.
Il gioco di ruolo per (in)volontari senza scampo ideato da Simone Giovagnorio, premessa l’implicita soggettività estetica di chi scrive che -in linea con il coinvolgimento interattivo richiesto dall’opera “Mind Trap”- vede nella reazione interpretativa istintuale l’unico mezzo di condivisione in grado di suggerire una veduta corale o solo “d’insieme” del gesto creativo trattato, riesce a connettersi a momenti “sonori” letterari, filmici e filosofici (selezionati tra i tanti) la cui influenza presunta appare ridondante quanto il neon disturbato su quelle borchie-bottone che fissano alle pareti il rivestimento cromato.
Poe.
L’occlusione vocale e motoria, nella produzione dello scrittore americano, può ricordarsi attraverso due suoi scritti portanti: “La sepoltura prematura” e “Il cuore rivelatore”, nei quali l’impossibilità di opporsi ad un evolversi umanamente disciplinato del fatto in corso occupa la percezione obbligandola alla sopportazione, costringendola a patire la devastante monotonia del chiuso/vuoto/suono (“…ed il rumore cresceva con regolarità, con assoluta costanza. Gran Dio; che cosa potevo fare? Mi agitavo, smaniavo, bestemmiavo! Ma quel rumore aveva oramai sommerso tutto il resto, e cresceva e cresceva ancora, senza soste, interminabilmente…”).
Kierkegaard.
Contrasti mistici a parte, dall’autore danese estraggo le constatazioni zitte e decisive che hanno fatto dell’angoscia “Il concetto dell’angoscia”, sostantivo indiscutibilmente padrone quando attorno nulla muta, le possibilità sono impossibili e l’insieme drasticamente resta fermo, senza sosta resta fermo, nella quiete indesiderata che ha ingannato un’apparenza senza audio (“Quando ora la libertà viene a contatto con la taciturnità, ecco che sorge l’angoscia. […] Ciò ch’è chiuso, è muto; la lingua, la parola è il rimedio che salva, è il rimedio contro la vuota astrazione della taciturnità”).
Cavie a perdere nel cinema.
L’obbligatorietà, forse per l’avvento vincente degli innumerevoli show fatti di camere fisse puntate addosso alle vite rinchiuse di volti noti e non, ha in certa misura prestato la propria statura a recenti esperienze cinematografiche che rispettando la clonazione spontanea a carattere ciclico tipica della settima arte continuano a proporsi ed esistere.
Cube (1997, Vincenzo Natali)
The Hole (2001, Nick Hamm)
Panic Room (2002, David Fincher)
Il siero della vanità (2004, Alex Infascelli)
Saw (2004, James Wan)
Dove può arrivare il corpo non giunge l’attesa, dentro un mondo che intrappola per primo se stesso, che guarda “sempre lì” e vive in confezioni sottovuoto, nell’isolamento che logora i tentativi prima ancora che questi diventino patetici cercando una fine degna.
Come adesso.
SPACE ODDITIES
di Pericle Guaglianone
Ci avevano raccontato un sacco di balle. Non soltanto sull’antichità classica, che per Winckelmann era “nobile semplicità e serena grandiosità” e che appena cent’anni dopo – grazie al lavoro del Warburg Institute e al pensiero di Nietzsche – ha preso a sfoderare un paesaggio strampalato fatto di “ori e colonnati passati al sidol”; ma anche – e qui la cosa è non meno perturbante, ovvero pregna di conseguenze – a proposito del Rinascimento e dell’organizzazione spaziale fondata sulla prospettiva lineare. Sì, perché a confutare il presunto naturalismo del “punto di fuga”, fondamento di una spazialità sistematica che esisterebbe prima dei corpi e, dunque, di una raffigurazione del dato visibile che si vorrebbe esatta a priori, è arrivata col tempo la dimostrazione scientifica dell’esistenza delle cosiddette “aberrazioni marginali” della vista naturale. Ovvero la prova provata – grazie alla fotogrammetria d’architettura di Guido Hauck, ironia della sorte un matematico – che ogni lettura della realtà tangibile è sottoposta, costitutivamente, ad incurvamento ottico.
Così, a distanza di un altro secolo, sancita l’avvenuta “demitizzazione della demitizzazione” anche in questo campo, lo spettatore postmoderno è chiamato a guardare “tutti gli schermi contemporaneamente, nella loro differenza radicale e indiscriminata” (Jameson); ed è chiamato a farlo dopo tutto, anche perché – a conti fatti – una spazialità finalmente “pura” si è rivelata mero kunstwollen, “forma simbolica” tra le (innumerevoli) altre, astrazione, sogno. Come spiegarsi altrimenti, oggi, nella migliore arte contemporanea, il ritorno in grande stile del trittico in quanto dispositivo – come afferma Deleuze parlando dell’inaudito “sistema della nitidezza” della pittura di Francis Bacon – che “non implica nessuna progressione, non racconta nessuna storia”, essendo “circolare anziché lineare” la sua stessa dislocata organizzazione?
Balza alla mente il ricordo di una scena di 2001 Odissea nello spazio, quella in cui un astronauta prende a fare jogging nel chiuso di un corridoio che, dopo un ribaltamento del punto di vista, si scopre circolare e – dunque – corsia infinita. In modo analogo – e attraverso un analogo procedimento – Simone Giovagnorio allestisce in un trittico il sopralluogo allucinatorio di un recesso che diventa spericolata location (Mind/Trap); e lo fa delineando in tre momenti tre quel “quadrato senza angoli” (così un antico adagio cinese) in cui all’osservatore sembra di poter affacciarsi – direttamente – sullo spazio anti-antropomorfico che la scienza ha infine scoperchiato. Saliscendi, andirivieni, l’euritmia del depistaggio senza l’aritmia del luogo-chiave: l’eco di passi finisce per perdersi in un silenzio d’acquario fatto di distanze incommensurabili, dentro un traghetto per turisti in fondo al quale – ghost in the machine fatto di carne e sangue – insospettabile alberga l’uomo. Un uomo ready-made, carico di mani e di occhi, alle prese con una stiva-scrigno che pare un crocevia; un uomo che si aggira nel barbaglio luminoso di palcoscenici squinternati, verso consapevolezze nuove, col suo dover incamminarsi lungo una paratassi fatta di più e più psicofanie.
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